Chi ha paura della lingua dei segni?


Ci si sono messi in tanti a spiegarmela questa avversione alla lingua dei segni ed ancora non capisco, le spiegazioni non mi convincono e, per altro, nessuno è riuscito a rispondere all’unica domanda che alla fine pongo: quale diritto viene leso ai sordi oralisti con il riconoscimento dell’esistenza dei sordi segnanti?

Nessuna risposta diretta.

Tra le indirette le più quotate sono:

1- I sordi possono parlare.

2 – Verrebbero tolti soldi ai sordi oralisti.

3 – Si produrrebbe un autoghettizzazione

Ora, con i miei due neuroni e mezzo… non capisco.

1 – Che i sordi possano parlare nessuno lo nega, ci sono decenni di educazione oralista a sostegno, che ci siano migliaia di sordi educati male con l’educazione oralista non toglie nulla al merito, se il sistema sociale non è adeguato alle possibilità che offre il metodo oralista non è certo colpa del metodo.

2 – Che i soldi possano venire divisi tra due scelte a me non scandalizza, mi scandalizza piuttosto l’imposizione, il voler negare la possibilità di un altra educazione, quella con la lingua dei segni, diffusa, riconosciuta, persino supportata da studi di ricercatori di prestigio. Tanto che la lingua dei segni andrebbe protetta, non combattuta, protetta e tutelata come patrimonio dell’umanità (ma ovviamente questa è una mia opinione)

3 – Sull’autoghettizzazione possiamo confrontarci per mesi, vale il discorso dell’educazione oralista: il metodo è valido, se poi non viene sfruttato nel pieno delle sue possibilità non è certo colpa del metodo. Che i ragazzi sordi possano applicare forme di autoghettizzazione è possibile, ma io lo farei rientrare in quella che è di necessità la prima fase della scoperta dell’appartenenza e dell’identità.

In ogni caso i sordi segnanti provengono da una cosa peggiore del ghetto: l’esclusione sociale, la mancanza di riconoscimento della loro stessa esistenza. Meglio ricordare che la Lingua dei Segni Italiana non è una nuova creazione, non nasce artificialmente, ha un passato e storie da raccontare.

Se poi diffondere l’uso della lingua dei segni tra la popolazione udente (come sta avvenendo, legge o non legge) significa creare ghetti… ci sono problemi di comunicazione ben più gravi che l’appartenere a comunità linguistiche differenti (ma anche questa è una mia opinione)

Tra i sordi segnanti, invece, un altra la paura: il riconoscimento di minoranza linguistica farebbe derivare la perdita di previdenze economiche.

Ah, bé. In effetti non sono ferrata su quest’argomento, immagino che se tale paura si è diffusa sino ai vertici della comunità dei Sordi qualche base di possibilità c’è.

Ho sentito dire che cambiando status, inserendo la lingua dei segni all’interno delle minoranze linguistiche, si dovrebbe rivedere l’intero sistema di assistenza scolastica, ad esempio, poiché non è fornito l’assistente alla comunicazione agli esponenti delle altre comunità linguistiche… quanto ciò possa essere veritiero non lo so, ma sin tanto che la discussione rimane tra le mura segrete delle stanze del potere non ci sarà possibilità di confronto.

E allora ritorno al primo punto, il problema economico, e mi si ribalta tutto… perché diventa vero l’inverso: il riconoscimento della lingua dei segni come lingua di comunità significherebbe meno soldi ai sordi segnanti.

Visto come si complicano le cose?

Allora… chi sta dicendo la verità?

Quali sono i termini del discorso? Perché si dibatte tra il riconoscere la lingua dei segni come lingua e il riconoscerla come linguaggio visivo-gestuale? Perché relegare la lingua dei segni a linguaggio nell’intento è renderla pari a ausilio per la disabilità, di necessità fornita tra le assistenze dovute dallo stato. Innalzare la lingua dei Segni a lingua di comunità significa invece aprire strade differenti, non ancora sperimentate, ma che tendono a quella società dell’inclusione verso cui il diritto ci spinge.

Chi accusa gli interpreti e le assistenti alla comunicazione di vedere un guadagno nel riconoscimento della lingua dei segni non ha colto l’essenza del discorso, è vero l’opposto ed è talmente vero che probabilmente il silenzio assordante degli interpreti e degli assistenti rispetto alla discussione alla Camera dei Deputati ha questo significato: si vuole davvero rischiare di costruire una società in cui i sordi segnanti possano essere autonomi? si vuole trovare personale dipendente degli enti pubblici e privati che conoscono la lingua dei segni? Chi avrebbe più necessità degli interpreti?

L’investimento iniziale sulla lingua dei segni all’interno del sistema di formazione, diretto a sordi e a udenti, significherebbe dare cittadinanza alla sordità. In questo caso il timore della perdita di cittadinanza degli oralisti potrebbe avere senso, appurato che l’individuo si sviluppa pienamente con la lingua dei segni per quale motivo ospedalizzare e tenere in piedi un sistema di terapie lungo, costoso e faticoso per ottenere un sordo che parla?

La risposta è unica e vale in entrambi i sensi: per la libertà di scelta.

Allora… chi ha paura della Lingua dei Segni? Per quello che ho capito sino ad ora… tutti.

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