Routine


Sveglia con l’urlo di mia madre che chiede aiuto. Routine. Salto giù dal letto e senza infilare le ciabatte sono già due stanze oltre la mia, avendo già anticipato l’immagine di mio padre disteso a terra e mia madre che cerca di rianimarlo. Preparata a calmare mia madre e soccorrere mio padre. Quindi trovarlo seduto sulla poltrona mi destabilizza, lo scenario è diverso e ansima seppure con sguardo sbarrato e assente. Non essendo un esperta di primo intervento ma solo per interventi in caso di TIA o Ictus cerebrale (tre anni di soccorso mi rendono capace di un intervento preciso e mirato, anche questo con le sue routine, prima dell’arrivo dell’ambulanza) il nuovo scenario mi destabilizza per oltre 30 secondi. 30 secondi sono un periodo di tempo incredibilmente lungo quando qualcuno boccheggia affamato di aria davanti ai tuoi occhi. Per 30 secondi guardo mio padre senza sapere cosa fare. Mentre mia madre spiega la situazione con perfetto gergo da prima emergenza: ha urlato, dolori al fianco, poi la schiena, si è alzato, prima di cadere a terra l’ho fatto sedere, da un minuto non mi sente più” Nel frattempo – tempo che mia madre mi dava il nuovo scenario ed io recepivo la nuova situazione – mio padre diventava sempre più color cadavere. La scelta della parola è accurata. Poi la reazione: torno in camera a cercare il cellulare per chiamare il 118. Avendo il telefono fisso a metri uno da me… ritorno in camera e cerco il cellulare, tempo perso: un altro minuto. La gentile signorina che risponde all’altro capo del telefono evidentemente crede che sia meglio essere gentili che scadere nel “non c’è tempo da perdere”, anche per lei è routine avere al telefono il familiare di qualcuno che sta morendo, con calma e senza agitazione prendiamo i riferimenti essenziali. Grazie troppo gentile semmai la invito al funerale. L’ambulanza si prende il tempo che occorre a far morire chiunque. Non siamo nemmeno in una grande città, qui l’unico traffico notturno è quello delle attività più o meno lecite, ma anche l’ambulanza, che arriva senza sirena accesa, si prende il suo tempo. Nel frattempo mio padre ha riacquistato l’uso della respirazione, si riprende perché non è il suo momento, non certo per gli aiuti ricevuti. Il medico e i barellieri sono forse delusi dall’emergenza, è solo un altro vecchietto che ritarda a morire, da tenere in vita solo per l’amore dei familiari, a chi serve più un vecchietto invalido? I delusi soccorritori comunque portano via il mio genitore e mia madre va al seguito con la sua auto. Io resto con l’anziana nonna che, nel sonno dato da psicofarmaci, solo domani mattina scoprirà quanto è avvenuto. Routine.

6 commenti »

  1. Non è appropriato il “mi piace” dato come ineluttabile termine tecnologico offerto dalle piattaforme, in questo caso è da interpretare solo come “condivido e posso solo immaginare quanto possa essere destabilizzante”… anche se per alcuni versi si tratta di semplice routine.

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  2. Quando ci sono situazioni difficili che si protaggono per anni, non è solo l’esitenza di una persona a dissolversi, ma quella di un’intera famiglia. So bene cosa si prova a sentirsi “routine” quando la vita di un tuo famigliare è in pericolo. Per me era rabbia, che poi non passa, ma con il tempo e un po’ di intelligenza può essere usata per essere di supporto agli altri. Coraggio e non stancarti di ricordare a “quelli con il camice” che tuo padre NON è routine.

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  3. tasti said

    @Karma… destabilizzante. Ma poi un equilibrio si trova e le situazioni diventano persino… buffe. Quello che conta è la salute dell’anima e per quanto retorico possa sembrare… proprio vero: si può stare benissimo anche nella malattia e nell’emergenza, lì dove “benissimo” è riferito alla qualità e l’intensità della vita e non a un mero stato di condizioni fisiche…

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  4. tasti said

    Benvenuta, noeffetticollaterali… sono passata da te, ieri. Per me non è rabbia, non più, è in qualche modo constatazione, la rabbia l’ho affrontata e superata tanti anni fa quando sono stata io l’oggetto della routine dei medici. Quando sei dentro alla dolore, alle malattie e alla morte per anni alla fine smetti di averne paura davvero, ho voluto raccontare la mia routine perché era da tempo che non parlavo più di me, per dire a chi di tanto in tanto capita qui per avere mie notizie che la mia vita è questa, questa la mia routine. Non è rabbia ma constatazione che poi ci sono momenti, nella vita, che esci dalla normalità ed entri in una dimensione in cui la normalità è altro. Ed ancora è normalità.
    E nessuno sa quanto intensamente stiamo vivendo all’interno delle nostre quattro mura, quale vita spericolata sia la mia quando riesco a far salire e scendere le scale a mio padre nemmeno fosse la cima dell’Everest! 😉

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  5. Fantastico, ci siamo incrociate nello stesso giorno. Mi fa piacere che mi parli di normalità perchè è proprio quella che cerco in questo momento in cui quella che era la mia normalità non c’è più. E tutto mi sembra nuovo ma già visto. Ci sono già passata 5 anni fa in fondo. Hai ragione, tra un po’ ci sarà solo una nuova normalità. Notte

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  6. tasti said

    … non sono riuscita a dipingere i colori degli alberi di Verona in autunno, avevo appena ricomprato tutto, colori, tele…. poi una tempesta, poi un altra, poi ancora e sono tornata qui in Sicilia, portandomi dietro tela e pennelli e colori intatti. Sono rimasti così.Intatti. Ma Verona la ricordo con quei colori…
    ‘notte.

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