Io non discrimino. E tu?


Discriminare. Cosa vuol dire?
In parole semplici: non trattare qualcuno come chiunque altro.
Concetto che può essere esteso anche a gruppi di persone.

Discriminazioni in realtà le facciamo ogni giorno, a pensarci bene, si discrimina chi si ritiene inferiore a noi… anche nei rapporti familiari, nei rapporti di amicizia, nei rapporti di lavoro, una discriminazione che però non colpisce chi appartiene ad una categoria, ma chi, nella nostra opinione, non è come gli altri (o come noi).

Ma le discriminazioni vere, quelle per cui non ti conosco ma non ti tratto come tutti gli altri, queste le facciamo basandoci sulla convinzione che le persone di quella tale categoria siano in questo o in quel modo.

Ragioniamo per categoria, senza vedere la persona.
Esempio?

Nuovo impiegato in carrozzina.

Che sia laureato, plurispecializzato, apprendista o raccomandato passa immediatamente in secondo piano.
Resta che è in carrozzina.
E tutto quello che avverrà da quel momento in poi non prescinde da questo fatto che ci si è scolpito nel cervello: una carrozzina.

Io non discrimino, lo dico quasi certa di quello che dico.

E se lo scrivo non è per fare un altro post autoreferenziale, ma per poter spiegare che discriminante sarebbe anche non contraddire, non colpire, non prendere in giro (con il mio modo che può essere fastidioso a qualunque grado di abilità),
non attaccare. Una sorta di discriminazione passiva che non mi piace, alla stessa maniera della discriminazione attiva.

Perché prima di ogni cosa c’è la persona, non la disabilità, la malattia, le capacità mentali, la condizione sociale, economica, le convinzioni politiche, religiose…. Prima la persona.

Che non è le sue abilità.

Che non può identificarsi nelle sue abilità.

Prima la persona.

Poi tutta la sua storia.

Perché al di là delle condizioni economiche, fisiche, sociali… è la storia personale rende ognuno di noi unico, esclusivo, originale.

No, io non discrimino. E posso spiazzare più di chi discrimina perché… perché se hai nella testa che io faccio parte di una categoria di idioti a causa delle mie abilità, condizioni economiche o sociali… se pensi che io debba essere idiota… poi resti spiazzato se io, invece, non discrimino. Mentre vengo discriminata da te.

Il fatto che io non discrimini non mi rende più simpatica o più intelligente o più sensibile o più. Mi rende solo un essere umano capace di confrontarmi con la persona che ho davanti, che non è uguale agli altri perché ha la sua storia, come io ho la mia. Due storie che si incontrano o che non si incontrano. Ma che sono la base per cominciare a relazionarci.

Come al solito mi reputo una persona fortunata per tutti gli incontri che ho fatto nella vita e per tutti quelli che continuo a fare, persone che non discriminano in nessuna forma, né attiva né passiva, ma che sono in grado di vedere l’altro ed accettarlo e valorizzarlo.

Perché conseguenza prima della discriminazione è il non dare la possibilità di esprimere il proprio reale potenziale di persona. Se discrimino perdo l’opportunità di conoscere e di arricchirmi da quella esperienza comune che è la conoscenza. Necessariamente comune, necessariamente con entrambi impegnati nel processo della reciproca conoscenza.

Guai, guai a chi ritenendosi appartenente ad una categoria, per adesione volontaria o per riconoscimento di determinate caratteristiche, guai se attua su se stesso una sorta di chiusura nel vittimismo, del noi contro tutti, guai a chi pensando di dover difendere la propria categoria comincia a creare contrapposizioni sterili e inutili.

L’organizzazione mondiale della salute (OMS) ha elaborato, nel 2001, un nuovo modo di considerare la condizione di salute e disabilità, ponendo a cappello una semplice considerazione: chiunque di noi, nell’arco della propria vita, si troverà in condizione di disabilità.
La disabilità non riguarda gli altri.

Non esistono più i normodotati, questo è quanto ci dice l’OMS.

Ci dice che qualunque cosa facciamo per la società ci conviene tenere conto che, prima o poi, ci troveremo in una situazione diversa dall’uomo perfetto che crediamo di essere.

Meglio cominciare a ragionare in questi termini ma tutti, tutti gli esseri umani devono cominciare a farlo, non solo i “normodotati”. Anche perché… trovarlo un “normodotato”!

L’Universal design lo sta facendo. Qualunque cosa dev’essere progettata tenendo conto dell’usabilità universale: chiunque deve poter usare quella cosa. Indipendentemente dalle sue condizioni.

L’Universal design dovrebbe diventare il nostro processo mentale. Progettare i nostri pensieri e le nostre azioni facendo sì che siano usabili per chiunque. Senza nessun tipo di discriminazione, né attiva né passiva.

E’ difficile? Difficilissimo. Perché per prima cosa occorre conoscere tutte le varie possibilità di espressione dell’essere umano, come può essere un individuo e dove porre il limite? Nessun limite, l’obiettivo è rendere l’individuo il più possibile autonomo, in qualunque situazione sia. Un esempio meraviglioso è la comunicazione aumentativa alternativa applicata alle disabilità gravissime. Nessun limite, spericolata fantasia per chi ha individuato la possibilità di consentire la comunicazione in chi sembra non abbia nulla da comunicare o non ne abbia i mezzi. Un altro esempio è la Lingua dei Segni. Originale produzione dell’essere umano. Che appartiene all’umanità tutta.

Meraviglioso mondo fatto da chi vede attorno a sé non l’uomo “normodotato”, che non esiste, ma la persona, le infinite situazioni in cui la persona è.

Quindi sono abbastanza certa… io non discrimino, ricambiami il favore e… non discriminare.

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