M. La stanza


Il tappeto azzurro. Movimento

 

Le pareti erano come invisibili, coperte dagli scaffali ripieni di libri. I libri erano di tutte le misure fogge dimensioni colori epoche. Nessuna finestra e nessuna porta a interrompere la visione, al centro alcuni tavoli di legno massiccio su cui giacevano spalancati libri da scrivere. Venivano copiati a mano da M.

Accanto ai libri penne stilografiche, inchiostri in fiale, tamponi e stoffe per ripulire le dita. Tutto meticolosamente al proprio posto, nessuna traccia di disordine.

Un libro veniva sfogliato e letto, un libro veniva scritto e riprodotto.

Poi finivano entrambi sugli scaffali, uno sulla parete destra, uno sullo scaffale a sinistra, il posto dove sostavano a volte per anni prima di trovare una nuova destinazione. I  libri degli scaffali a destra erano gli originali, da secoli non varcavano la soglia, da secoli non vedevano luce naturale, aria, sbalzi di temperatura, umidità, protetti da qualunque cosa potesse deteriorare la loro condizione.

M era nella stanza. Tutta la sua vita era nella stanza. China sul tavolo copiava i caratteri minuscoli delle parole, il volto sereno, senza sforzo alcuno, seppure aveva dovuto studiare per anni prima di riuscire ad arrivare a quella scorrevolezza, a quella naturalezza dell’atto dello scrivere.

Aveva tre postazioni perché aveva scoperto che riusciva meglio se si dedicava a due o tre opere di copiatura contemporaneamente, se passava da uno stile ad un altro, se spezzava l’inganno con un altro inganno. Perché quello che aveva capito più chiaramente di ogni altra cosa era che i libri contenevano inganni. Gli inganni dei governanti. Era difficile leggerli senza porsi domande, senza interrompere il lavoro e scoprire di avere il volto rigato di lacrime, era difficile piangere e scrivere, si rischiava di macchiare la pagina, di sprecare la carta e la fatica fatta sin lì.

Se avesse solo copiato parole sarebbe stato più semplice, per questo usava tre diverse postazioni, per mettere distanza tra lei e le immagini evocate da quei libri, non era lì per studiarli e farsi irretire, il suo compito era solo quello di copiarli.

Quando chiedeva spiegazioni sulle cose lette le venivano fornite velocemente, il più delle volte con una frase sin troppo nota: non lo sappiamo, non siamo arrivati ancora a comprenderlo. Era come se tra quello che i libri descrivevano e la realtà mancassero le fasi intermedie per comprendere il legame tra passato e presente.

M non aveva smesso di chiedere, sino al giorno che aveva chiesto “Perché fanno così male?”

Non aveva ricevuto nessuna risposta in cambio, solo un imbarazzato silenzio.

Dovevano averlo riferito a Raiden perché si presentò il giorno dopo, al di fuori dei suoi consueti orari di visita, entrò ad osservarla mentre scriveva, cosa che non faceva mai per evitare distrazioni che avrebbero certo portato ad errori di copiatura. Quel giorno invece entrò e sapendo che aveva imparato a non sollevare lo sguardo, a non lasciare che tra lei e le parole entrasse il mondo, si schiarì la voce.

Trattenne l’impulso allo scatto della mano, se non lo avesse fatto il lavoro di tre mesi sarebbe stato perso a causa di un unico piccolo indecente sbuffo di inchiostro. Era fiera del suo lavoro, era fiera di riuscire a riprodurre con esattezza quelle scritte, quei piccoli disegni che adornavano le prime lettere dei Capoversi, era fiera del tratto che poteva essere ricondotto a lei pur non intaccando la bellezza dell’opera che riproduceva.

Posò la stilografica e senza alzare lo sguardo tamponò l’ultima parola tracciata, si pulì poi le dita con la stoffa grezza imbevuta di alcool.

“Perché ti fanno stare male?”

Così, diretto, come se la conversazione non avesse avvio ma continuasse senza interruzione, Raiden aveva questa caratteristica che si palesava con tutta la sua forza solo dentro la stanza, unico luogo in cui tutti potevano guardarsi negli occhi senza sollevare scandalo.

“Non lo so”

Rimase in silenzio, aspettava qualcosa di più in risposta alla sua semplice e diretta domanda.

“Parlano di cose che non capisco e nessuno me le spiega”

“Quando non capisci stai male?”

M. lo guardò forse per la prima volta con sospetto, porre domande era già una cosa abbastanza sconveniente nel mondo fuori dalla stanza, ma porre una domanda con risposta ovvia era invece da Promoter del Lusso e si sentì offesa dalla presa in giro.

“No, solo quando le cose che non capisco sono state reali ed ora non lo sono più”

“Mi spiacerebbe se il tuo malessere ti impedisse di lavorare”

Lo guardò cercando la risposta da dare ma lui non aspettò, uscì invece dalla stanza. Lo sentì chiedere aggiornamenti sulla situazione delle copiature e poi uscire. Tornare al mondo di fuori.

M. La vita

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