M. La vita


M. La stanza

Era stato sempre quello il suo posto, sin da quando aveva ricordi. Le dicevano “sbrigati! E’ ora” e lei si alzava dal basso letto, era già sveglia, era sempre già sveglia.

Sentiva le frasi degli adulti che mormoravano di lei come se lei non fosse presente, ogni tanto qualcuno la fissava e sembrava la trapassasse, come se volesse guardarle attraverso, si incantavano molti nel guardarla, soprattutto quelli nuovi. Non erano mai più di quattro per volta, quando uno finiva il suo periodo ne subentrava un altro, erano trascrittori.

Mentre uno si dedicava a lei, a insegnarle l’arte dello scrivere, gli altri dividevano la giornata tra il leggere e lo scrivere quanto letto, era questo il metodo. Mezza giornata a leggere e meditare sulle pagine lette, mezza giornata a copiarle su un nuovo foglio di carta, o se non proprio carta, qualcosa che la riproponeva fedelmente.

Chi si dedicava a lei era sempre anziano, occorrevano tre anni per diventare anziano e subentrare a chi lasciava il posto. Un anziano se ne andava, un novizio arrivava. Ognuno sostava quattro anni, poi andavano via per sempre.

L’anziano l’aveva avviata all’arte della scrittura, prima di allora, sempre l’anziano, l’aveva avviata all’arte dell’ascolto di quanto scritto. Prima di allora… non lo ricorda cosa era stato prima, forse era iniziata lì, in quella stanza, non aveva mai chiesto nulla in proposito. Lo avrebbe voluto fare l’anno in cui l’anziano le si era avvicinato per raccontarle del mondo di fuori, le sussurrava tutto in un parlare veloce e fitto, sempre interrompendosi quando entrava qualcun altro. Nessuno sapeva che lei era a conoscenza dell’esistenza del mondo di fuori. Non le aveva chiesto di tacere, di mantenere il segreto, ma aveva capito di doverlo fare.

L’anno dell’anziano che sussurrava fu l’anno in cui cominciò a piangere. Non aveva mai pianto prima. Per quanto sapeva nessuno aveva mai pianto prima. Chiese ed ottenne di utilizzare da sola la stanza e i tre scrittoi.

La mattina poteva leggere nella stanza comune quanto avrebbe scelto di trascrivere, ormai non faceva più caso allo sguardo del novizio e alle parole dell’anziano, sapeva che era l’unica persona che non veniva sostituita e che non c’era più nessun anziano che potesse insegnarle nulla sull’arte dello scrivere.

Accettava di non essere nominata anziana perché non era mai stata novizia, sapeva che essere anziano significava perdere per sempre la stanza e lei non sarebbe sopravvissuta lontano dalla stanza, non fin tanto che non avesse letto tutto. Doveva finire per avere il quadro d’insieme, era ancora tutto troppo frammentario, scomposto, se avesse letto tutto avrebbe avuto la piena visione di ogni cosa.

Non dubitava che era quanto cercavano tutti nella stanza, ogni singolo novizio entrato con reverenziale timore, ogni anziano uscito a capo alto. Sapeva però che non avevano acquisito la visione d’insieme, lo sapeva solo lei, loro lo avrebbero scoperto col tempo, forse, o forse ne sarebbero per sempre stati certi.

“Sbrigati! E’ ora!”

La voce dell’anziano la trovò sveglia, scese dal basso letto, andò nella stanza del risveglio, i fumi la detersero e i liquidi della notte uscirono, un soffio per ritemprarla e profumarla. Prese gli abiti ruvidi e si vestì. Passò nella stanza comune dove i trascrittori erano già seduti per la colazione. Il novizio la vide per la prima volta e come molti prima di lui trattenne il respiro, restò con il gesto sospeso, rispose stordito al suo cenno col capo, arrossì.

Abbassò gli occhi. L’anziano come sempre intervenne:

“Non abbassare lo sguardo, non qui, non tra noi, non con lei.”

Il novizio divenne pallido e rialzò lo sguardo.

Lo vide lacrimare e per la prima volta M. ebbe curiosità per un novizio.

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